Stiamo trasformando lo scienziato in un imprenditore?

Ho rinunciato all’ambizione di entrare in un’università.

Questa è una frase di Albert Einstein da una sua corrispondenza del 1901.

Nel 1905 Einstein aveva 26 anni e aveva appena ottenuto un dottorato. All’epoca il dottorato si poteva ottenere in uno o due anni e consisteva nella sottomissione di una tesi, senza corsi né durata prestabilita. Il percorso universitario consisteva in un diploma della durata di 4 anni, che Einstein conseguì al politecnico di Zurigo a 21 anni. Dopo il diploma non trovò immediatamente un posto accademico, e dopo un primo tentativo di tesi di dottorato nel 1901, poi abbandonato, ottenne un impiego statale all’ufficio brevetti: non era un giovane in attesa della prossima fellowship o assistentato universitario, ma un impiegato che faceva fisica nel tempo libero.

Einstein rappresenta un’eccezione accademica non solo per il mondo di oggi, ma anche per l’epoca.

Einstein rivoluzionò la Fisica e gran parte della cultura scientifica senza affiliazione universitaria. Nel 1905, il suo annus mirabilis, pubblicò i suoi lavori sulla relatività, sull’effetto fotoelettrico (il quale gli valse il premio Nobel) e sulla teoria degli atomi.

Come mai le sue idee furono comunque prese in considerazione dalle riviste internazionali nonostante non fosse associato a un’università?

Non mi riferisco al fatto che le sue idee potessero suonare sensate o meno, è abbastanza ovvio che apparissero geniali e rivoluzionarie agli occhi di qualunque ricercatore aperto di mente. La domanda naturale è un’altra: cosa portò l’editore della rivista a non scartare a priori quelle idee nonostante Einstein fosse un semplice impiegato, e non un professore o ricercatore universitario?

Una possibile risposta è data dal fattore di scala: la comunità dei fisici teorici era minuscola rispetto a quella odierna. Un giovane eccezionale poteva essere più facilmente riconoscibile all’interno di una rete scientifica molto piccola.

Questa premessa è importante per mettere in discussione un certo tipo di narrativa: la vita di Einstein viene molto romanticizzata perché ha il sapore delle leggende, un’essenza di eccezionalità.

Troppo spesso però vogliamo che eccezionalità e meritocrazia diventino sinonimi.

Passiamo a un esempio nostrano, che si avvicina di più alla traiettoria “convenzionale” dell’epoca.

Enrico Fermi si laurea nel 1922, passa da Göttingen e Leiden per delle visite scientifiche (non un dottorato, sia ben chiaro), ottiene una posizione temporanea a Firenze e infine nel 1926, a soli 25 anni, diventa professore di fisica teorica all’Università di Roma.

Nell’Italia dell’epoca, la carriera accademica passava essenzialmente attraverso il concorso per professore ordinario, mentre gli incarichi intermedi erano poco remunerati e senza sicurezza. Fermi stesso arrivò secondo al concorso di Cagliari nel 1925. Un anno dopo, però, Orso Mario Corbino (suo mentore e direttore dell’Istituto di Fisica romano) riuscì a creare il bando per la prima cattedra italiana di Fisica Teorica, che poi Fermi vinse agilmente per i suoi innegabili meriti scientifici.

Professore universitario a 25 anni. All’epoca, la Fisica era spinta in larga parte dai giovani, e spesso apparecchiata apposta per i giovani (vedasi il concorso universitario di Fisica Teorica creato da Corbino, praticamente ad hoc).

La storiografia moderna sulla nascita della meccanica quantistica mostra infatti quanto quel movimento fosse una “young physicists’ revolution”. La ricostruzione di Alexei Kojevnikov [The Copenhagen Network, 2020, Springer] evidenzia come la maggior parte delle pubblicazioni che accompagnarono l’esplosione della meccanica quantistica tra il 1925 e il 1927 fosse opera di giovani scienziati.

L’ingresso del ricercatore nei ruoli “decisionali”, in cui si pensava e si organizzava “quale” ricerca fosse più interessante perseguire, era spesso più anticipato rispetto a oggi.

Non era ovviamente sempre tutto rosa e fiori neanche cento anni fa.
Una forma di precarietà più simile a quella moderna può essere ritrovata ad esempio in alcuni percorsi femminili, come la storia di Lise Meitner: ottiene il dottorato nel 1906 e per anni lavora in condizioni precarie.
Fino al 1912 non ebbe neppure un vero stipendio, vivendo con un piccolo sostegno del padre. Nel 1926 diventa la prima donna professore di fisica in Germania, ovvero 20 anni dopo il dottorato.
Poi arriva il nazismo: nel 1938 deve fuggire dalla Germania e a Stoccolma, nonostante il suo prestigio, le viene offerta inizialmente una posizione di ricerca non retribuita.
Le sue lettere documentano difficoltà economiche e isolamento.

Ma il problema moderno non è semplicemente che esista precarietà: è la sua trasformazione in una fase quasi obbligatoria della carriera scientifica.

Un secolo dopo, un/una giovane fisico/a che vuole dedicarsi alla ricerca percorre invece una strada molto più lunga e formalizzata: laurea, magistrale, dottorato, uno o più postdoc, mobilità internazionale, pubblicazioni, bandi e valutazioni. La precarietà non è scomparsa: è diventata forse una fase strutturale della formazione.

Tra i corridoi delle nostre università, il tipo di narrativa che si sente di tanto in tanto è il seguente: “Einstein lavorava all’ufficio brevetti, quindi anche tu puoi farcela”.

Questa narrativa melensa non è di sicuro presente solo nella ricerca accademica. È anzi uno storytelling tanto diffuso quanto disonesto, un vero e proprio “cherry picking”.

Uno potrebbe forse argomentare che oggi un “Einstein che lavora all’ufficio brevetti” dovrebbe faticare molto di più per ottenere riconoscimento accademico.

Anche Peter Higgs (inventore, insieme a François Englert, della rottura spontanea della simmetria elettrodebole negli anni ’60 e Premio Nobel), in un intervista del 2013 dichiarò “oggi non sarei ritenuto abbastanza produttivo per l’attuale sistema accademico, non otterrei una posizione di professore“.

Il percorso formalmente obbligatorio di un ricercatore che vuole entrare nell’università (e dunque far parte del sistema di pubblicazione su rivista) è infatti il seguente:

Laurea Triennale → Laurea magistrale → PhD → postdoc → altri postdoc → tenure/RTT → associato → ordinario.

Il risultato è spesso quello che sembra il voler ritardare l’ingresso nelle posizioni “decisionali” del mondo accademico. Tante persone anche promettenti finiscono semplicemente per arrendersi e “riciclarsi” nel mondo aziendale.

Questo significa forse che sopravvivano solo i più duraturi e meritevoli? Non sempre, dipende da quale tipo di criterio si segue nella selezione. In alcuni casi, si può argomentare che vengano selezionati semplicemente i profili con più talento nel “saper vendere” un’idea, profili più affini al marketing.

E viene poi il naturale dubbio che il ritardo nell’ingresso del mondo accademico possa essere effettivamente motivato da determinate esigenze strutturali: 1) dare il tempo tecnico alla burocrazia di creare i bandi/cercare i fondi per creare nuove posizioni, 2) aumentare il carico di ricerca sulle posizioni precarie, sottopagate, forse in modo da produrre più ricerca nel modo più economicamente efficiente e veloce.

Il secondo fattore è una conseguenza di come è cambiata la concezione operativa di ricerca universitaria a partire dagli anni ’80.

Negli ultimi decenni molti sistemi europei hanno spostato una parte crescente del finanziamento dalla dotazione istituzionale verso grant competitivi e finanziamenti legati alla performance. La letteratura parla esplicitamente di questo passaggio da block funding a project funding.

Tra questi grant competitivi il caso ERC è emblematico: nel 2026 la Starting Grant ha ricevuto 4.807 candidature/proposte e finanziato l’8,8%; la Advanced Grant ha finanziato il 9,6% delle 3.329 proposte. Per le MSCA Postdoctoral Fellowships 2025 il rapporto è stato ancora più netto: 1.610 progetti su 16.836 candidature eleggibili, pari al 9,6%.

Questi grant sono spesso milionari o multimilionari, ed in sostanza siamo di fronte al seguente fatto: in alcuni casi viene dato “tantissimo” budget a “pochissimi”, formando spesso un vero e proprio collo di bottiglia nell’accesso alle risorse necessarie per sviluppare determinate idee scientifiche.

Oggi un ricercatore è sostanzialmente forzato ad essere imprenditore di sé stesso. Non deve più soltanto avere un’idea e verificarla con l’aiuto di collaboratori stretti. Deve anche:

  1. progettare la ricerca in funzione dei bandi;
  2. costruire un profilo competitivo;
  3. pubblicare secondo metriche riconoscibili;
  4. ottenere grant (e costa tanto tempo);
  5. dimostrare impact, excellence, track record (proprio come in azienda).

E naturalmente, intorno ai bandi ERC è ormai nata una vera professionalizzazione della scrittura delle proposte, con figure specializzate nell’aiutare gli accademici a renderle competitive. Queste pratiche contribuiscono spesso anche a definire implicitamente che cosa venga considerato “competitive science”. Un sistema che, al posto dei ricercatori stessi, decide quale ricerca sia più “meritevole” di essere perseguita.

La domanda è naturale: se creiamo meccanismi competitivi per l’allocazione di finanziamenti nella ricerca che introducono incentivi che assomigliano alle logiche di mercato, stiamo facendo buona ricerca?

Epistemologicamente, la ricerca ha radici molto differenti.

Se una carriera dipende dalla capacità di ottenere finanziamenti competitivi, diventa razionale proporre ciò che è nuovo abbastanza da essere interessante, ma non così nuovo da sembrare rischioso.

Una volta introdotto un fattore di rischio, cambiano tutti gli asset del gioco, e questo rischia di finire per uccidere non solo il fattore novità, ma anche gli outlier, i potenziali Albert Einstein della nostra epoca.

Le rivoluzioni scientifiche sono spesso nate da domande che, nel momento in cui furono poste, non sembravano necessariamente il modo più sicuro di costruire una carriera.

Il problema del sistema contemporaneo non è dunque soltanto che può rendere precaria la vita del ricercatore. È che può introdurre un conflitto tra ciò che è strategicamente conveniente chiedere e ciò che è intellettualmente interessante chiedersi.

Ma attenzione, la colpa non è di chi sta al gioco, dunque non indirizziamo la critica a ricercatori e professori.

Il professore e il ricercatore universitario dovrebbero essere, almeno idealmente, tra le poche figure sociali alle quali viene affidato un compito particolare: avere il tempo di pensare anche a ciò che non è immediatamente utile, finanziabile o popolare.

Abbiamo costruito un sistema nel quale chiediamo alla ricerca di produrre innovazione radicale attraverso meccanismi che premiano, spesso, la prevedibilità, la competitività e la capacità di convincere un mercato dei finanziamenti. E poi ci stupiamo quando il ricercatore comincia a ottimizzare la propria carriera invece della propria curiosità.

Ma come siamo arrivati a ciò?

La svolta si vede già tra la fine degli anni ’80 e gli anni ’90.

Un rapporto OCSE del 1998 osservava già che in diversi sistemi la quota di finanziamento di base stava diminuendo, mentre i research councils aumentavano il peso dei programmi di ricerca mirati e competitivi.

Secondo l’OCSE, tra il 1981 e il 2006 la quota della ricerca universitaria finanziata attraverso i General University Funds, cioè il finanziamento istituzionale, scese dal 78% al 64% nei 12 Paesi OCSE per cui erano disponibili dati comparabili. La riduzione fu particolarmente marcata dagli anni ’90 in poi in Paesi come Regno Unito, Canada, Finlandia, Australia, Danimarca, Svezia e Spagna.

Nel 2026, queste trasformazioni sono ormai parte strutturale del modo in cui molta ricerca universitaria viene organizzata e finanziata.

È tuttavia responsabilità di tutti gli attori in gioco porsi dei dubbi. Vogliamo davvero affidare sempre di più la scienza a logiche simili a quelle di mercato?

È questo il sistema che meglio rappresenta i nostri ideali di civiltà?

Crediamo ancora che i cambiamenti di paradigma, le rivoluzioni concettuali, siano un asset fondamentale di una società sana?

Non ci resta che mettere in dubbio tutto.

Matteo Parriciatu

Dopo la laurea in Fisica e la magistrale in Fisica Teorica all’università di Pisa, è dottorando presso l’Università degli Studi Roma III, dove studia simmetrie di sapore dei fermioni e teorie oltre il Modello Standard.

È membro della Società Italiana di Fisica.

È autore del libro “L’apprendista teorico” (2021).