Propongo una personalissima riflessione che, in quanto tale, va presa con le pinze ed è aperta alla discussione. La riflessione riguarda il sistema odierno dell’editoria scientifica.

Nel 1905 (118 anni fa) veniva pubblicato “Sull’elettrodinamica dei corpi in movimento“, articolo con cui Einstein ha iniziato una vera e propria rivoluzione non solo nella fisica, ma anche nella cultura generale.
La rivista da cui venne pubblicato era una delle più prestigiose nel panorama tedesco ed europeo: la “Annalen der Physik“, e tra gli editori c’era nientemeno che il celebre Max Planck.
Fu proprio Planck uno dei primi garanti della qualità del lavoro di Einstein sulla relatività. Nello stesso anno Planck aveva accettato di pubblicare un altro lavoro di Einstein, quello sull’effetto fotoelettrico, nonostante per lui l’idea dei “quanti di luce” fosse un po’ indigesta [1]. Invece l’articolo sulla relatività fu presentato nel giugno 1905 e pubblicato il settembre successivo, e già in novembre Planck espresse pubblicamente il suo apprezzamento [2].
Oggi questa scala temporale di eventi sarebbe altamente improbabile, dobbiamo infatti ricordare che Einstein all’epoca lavorava in un ufficio brevetti e faceva il fisico solo “part-time”, ovvero non aveva nessun prestigio accademico che gli garantisse pubblicazione immediata. Solo la grande qualità del suo lavoro e la lungimiranza degli editori potevano fare la differenza.
Perché questo discorso sia così importante lo si capisce bene dal fatto che uno degli aspetti fondamentali del metodo scientifico è proprio la riproducibilità dei risultati, la quale passa per un’attenta revisione del lavoro di un ricercatore da parte di un altro collega dello stesso campo. Questa revisione è nota come “revisione tra pari”, in inglese “peer review“.
Possiamo “fidarci” della Scienza e dei suoi costrutti proprio grazie a questo processo di revisione: non importa chi tu sia, se hai detto una evidente castroneria io devo rigettare il tuo risultato. Spesso questo sistema funziona molto bene, e viene garantita una buona scrematura dei lavori in modo tale che rimangano solo le idee migliori.
A volte funziona un po’ meno bene: la revisione può risultare un po’ troppo soggettiva, può dipendere dalla luna storta di chi la fa, o semplicemente può capitare che la rivista tratti temi con una filosofia diversa da quelli perseguiti nell’articolo.
Per fare un esempio, l’articolo-capolavoro di Enrico Fermi “Tentativo di una teoria sull’emissione dei raggi beta” fu rifiutato da Nature nel 1934 perché secondo i gusti dell’editore conteneva troppe speculazioni.
All’epoca però non era inusuale che tanti articoli passassero con una revisione minima, se non assente. Che poi sopravvivessero o meno il test del tempo lo avrebbero detto gli altri colleghi negli anni, nei dibattiti alle conferenze ad esempio. In ogni modo, la revisione tra pari era comunque presente ed importantissima. Avveniva però spesso grazie all’influenza di una illustre personalità (l’editore) che si incaricava di decidere se fosse interessante pubblicare o meno. Una “de facto” peer review, senza troppa scrupolosità.
La rivista in un certo senso rappresentava anche quello che potrebbe essere definito “archivio delle proposte”, ruolo che oggi è ricoperto da siti come Arxiv, PubMed etc., i quali sono dei database in cui vengono caricate le versioni “bozze” (chiamati preprint) degli articoli da proporre alle riviste. Oggi, per via dell’enorme volume di articoli proposti dalle accademie [3] il processo di peer review diventa più che mai fondamentale per garantire la corretta scrematura.
Funziona così: l’editore della rivista incarica uno (o più) revisori di studiare l’articolo, affidando a loro la decisione (in sua vece) se pubblicare o meno il lavoro.
Se il livello è, come nei campi della Fisica, altissimo di per sé, la scrematura diventa ancora più spietata. La rivista non può pubblicare tutti i lavori (indipendentemente dalla qualità dei lavori), dovrà quindi inevitabilmente rigettare anche qualche ottimo articolo. Il motivo? Possono essercene diversi, alcuni ragionevoli, altri un po’ meno:
- l’articolo non è conforme agli interessi della rivista;
- l’articolo ha un contenuto simile a uno già pubblicato, con piccole variazioni non degne di pubblicazione;
- l’articolo non è conforme alle credenze di chi fa la revisione (l’ho sentito dire!);
- l’articolo va in una direzione sconosciuta a cui nessuno è interessato (i fondi vanno in altre direzioni);
- l’articolo è troppo speculativo, troppo filosofico, o in generale contiene troppe supposizioni personali.
La lista potrebbe andare avanti, figure inserite male, tabelle non chiare, chi più ne ha ne metta: quanti più motivi possibili pur di non pubblicare il 100% degli articoli che arrivano in revisione. Non importa chi tu sia, il tuo articolo può comunque essere rigettato a volte per motivi che sfuggono il tuo controllo.
Questa circostanza è una naturale conseguenza dell’incredibile volume di articoli prodotti ogni mese, non è una cosa né giusta né sbagliata, va accettata in virtù del metodo scientifico. Di sicuro la scrematura riesce spesso ad eliminare gli articoli davvero terribili.
Tuttavia viene da riflettere: la scrematura sopracitata rischierebbe forse di eliminare anche gli articoli più rivoluzionari?
Questa opinione è condivisa da Lorraine Daston in una sua intervista [4].
Analizziamo l’articolo di Einstein “Sull’elettrodinamica dei corpi in movimento“:

Quello evidenziato in giallo è un eccezionale esempio di chiarezza espositiva ed attenzione pedagogica nei confronti del lettore. Secondo la Daston un revisore per una rivista prestigiosa di oggi smetterebbe di leggere già da qui. Lo stile di Einstein era notoriamente un po’ verboso, speculativo, filosofico. A posteriori è la ciliegina sulla torta di un capolavoro scientifico, ma oggi potrebbe essere potenzialmente oggetto di “taglia quella parte o non te lo pubblicheranno mai”.
Inoltre salta subito all’occhio un altro fatto: l’articolo di Einstein non ha bibliografia. Albert non cita nessuno. Un peccato veniale che oggi potrebbe portare all’esclusione dell’articolo (o, più ragionevolmente, a un marcato sollecito di aggiungerla).
In nessun modo questa riflessione vuole intaccare la illuminante produzione scientifica di Einstein, ma credo che possa stimolare una discussione sui potenziali lati negativi della professionalizzazione della scienza. L’edificazione di questi sistemi editoriali è una risposta all’ingente numero di preprint (a sua volta dovuto alla ignobile politica del “publish or perish“), dunque la domanda è: dobbiamo in qualche modo ripensare tutta questa infrastruttura?
Bibliografia
[1] Seelig Carl, Albert Einstein: A documentary biography, Translated to English by Mervyn Savil
[2] Hoffmann Banesh and Dukas, Helen, Albert Einstein Creator & Rebel, 1973, New York: A Plume Book, pp. 83-84.
[3] Bornmann, L., Haunschild, R. & Mutz, R. Growth rates of modern science. Humanit Soc Sci Commun 8, 224 (2021).
[4] Loncar Samuel, Does Science Need History? A conversation with Lorraine Daston, Meanings of Science Project MRB Interviews 2022.
PS. ho scritto un libro di testo che rappresenta proprio ciò che avrei desiderato leggere all’inizio dei miei studi di Fisica teorica, per renderla accessibile agli amatori e insegnare le tecniche matematiche necessarie a una sua comprensione universitaria. Si chiama “L’apprendista teorico” , dai un’occhiata per vedere di cosa si tratta. Il libro è acquistabile su Amazon.




Il peer review non ha funzionato con la string teory a quanto pare .
sono entrato in questo blog sull'”onda” del mio interesse da qualche settimana diventato una quasi-fissazione della vita di Ettore Maiorana. Un genio silenzioso che ha fatto del suo “silenzio” un aspetto tanto conclamato a livello di ambito di gesta mentali credo uniche al mondo, quanto una cortina di mistero sotto la quale – ahimè lo dico da toscanaccio diffidente- si celano misteri dei rapporti interpersonali con alcuni componenti della grande e prestigiosa “family” Maiorana che in famiglia si permettevano di disistimarlo “accusandolo” di essere troppo teorico e di scendere con i piedi per terra. Sto leggendo di tutto e di più su Maiorana e non nascondo una certa tristezza di come “funziona” la natura umana quando qualcuno come lui “brilla”. La luce dell’altro spesso fa insorgere invidia e voglia di far fuori il competitor che ti offusca. E qui mi collego al sistema editoriale di cui alla sua “riflessione” qui esposta di quello che accade oggi in ambito scientifico di dare gli annunci senza “censure”, spesso abilmente mascherate da “esigenze” di popolarità della rivista, articolo, pubblicazione. Quindi alla fine di tutti i “giochi” editoriali c’è un interesse che prevale e non è- oggi più che mai – un interesse scientifico. Ma pecuniario. Anche tutta la macchina dei social è strutturata per avere view ad un tot a post pubblicato in base al grado di “influencer” raggiunto . Internet non è uno strumento negativo in sè ma come un coltello può servire a tagliare il burro o a dare una pugnalata. Da qualche parte c’è scritto che quando l’Uomo così detto Sapiens metterà “Mammona” sull’altare sarà l’inizio della fine dei tempi. Nell’aprile del 1937, Ettore·Majorana si decise a pubblicare un fascicolo sulla Teoria simmetrica dell’elettrone e·del positrone . Il governo gli assegnò fuori concorso per meriti eccezionali (in realtà fu un escamotage) una cattedra presso l’Istituto di Fisica di Napoli, ma l’idea di trovarsi in un’aula affollata lo spaventò. «Che può sapere la gente delle mie cose», andava ripetendo·«e a chi posso parlare se il mio linguaggio è tale che nessuno lo comprende?». E così la fine dei tempi per Ettore Maiorana, in qualunque modo sia avvenuta, ha avuto luogo. La vita è nonostante tutto ciò è bella. E forse arrivano queste luci come Maiorana che pur innescano il fiume di informazioni, libri e film insieme agli inevitabili soggetti “publishers & Co. I quali oggi come oggi non pubblicizzano tutto. Ma solo quello che al loro “conviene”. A livello sociale una sorta “anti-particelle-dei-detrattori-interessati” che convivono con i publishers onesti. Io non so se scrivere il mio commentino come questo possa servire a qualcosa per coltivare la vigna dei sinceri ammiratori della Realtà che ci circonda ancora un mistero. Come direbbe Celentano di “Questo capolavoro sospeso nel Cielo”. Buona Vita